Ai tanti compagni di viaggio

 di Milton Fernàndez

Oggi comincia il Primo Festival della Letteratura a Milano. Lo scrivo con una certa emozione, e, mentre lo faccio, mi accorgo di star scrivendo una banalità.  Perché questo viaggio stupefacente è iniziato molti mesi fa, forse proprio mentre lo si sognava, o nel preciso istante in cui qualcuno decise di prestare attenzione al racconto di quel sogno, facendolo diventare proprio.
Ci sono stati ostacoli a non finire, in questi primi tentativi di navigazione. Non saprei dire, tra questi, quelli che ci hanno impegnati di più. Se la diffusa diffidenza iniziale, alla quale siamo andati incontro con una certa consapevolezza, o i tanti limiti personali, che abbiamo imparato a conoscere, strada facendo. Che abbiamo cercato di superare, non sempre con successo.
Per quanto possa valere, come inventario dei primi tratti, la cifra di quei giorni è stata tanta fatica,  dedizione, passione, caparbietà.  Uno per cento di ispirazione, come sosteneva il buon Edison, e novantanove per cento di traspirazione.
In questi giorni, proprio a ridosso del varo, molti nomi diventati man mano familiari hanno finalmente  assunto una faccia, una mano da stringere, una voce da non dimenticare.
Qualche tempo fa, quando gli esiti di quella fatica erano quanto mai incerti, quando non era per niente scontato il risultato di una simile sfida, quando ci guardavamo tra di noi, alle volte perplessi, e ci chiedevamo per quale strano sortilegio avessimo deciso di buttarci in un’avventura del genere, finivamo per concordare che qualunque fosse stata la causa, o il il risultato finale, sarebbe comunque valsa la pena. Per diversi motivi.
Non ultimo, l’incontro con quei nomi diventate facce, le tante mani, le infinite storie che finirono per incrociarsi con le nostre fino a conformare ciò che ieri sembrava impossibile e oggi avrà invece inizio.
Vorrei poter dire personalmente grazie a ciascuno di voi, sinceramente. Per tutto quello che ci avete dato.
Vorrei poter anche chiedervi scusa per gli errori fatti (che abbiamo cercato comunque di tamponare in tempi brevi), per le sviste, i refusi, le imperfezioni. Abbiamo combattuto con il tempo e la fatica,  non sempre ad armi pari, ma vorrei che fosse chiaro per tutti,  che, in ogni caso, abbiamo agito in buona fede e con la miglior energia che abbiamo in corpo.
Criticateci, fateci notare dove abbiamo sbagliato, questo di sicuro ci aiuterà a crescere. Ma fatelo, per favore, con gentilezza, so che avremo la pelle più sottile del solito alla fine di questi giorni.
Il dieci sera ci troveremo, spero tutti quanti. A festeggiare la fine di questa prima volta, a scambiarci esperienze, aneddoti, successi; a capire cosa non ha funzionato a dovere, a cominciare a pensare a quella che verrà.
In questi giorni una parola mi ha attraversato la strada, ripetutamente,  una parola non mia fino a ieri, che mi affascina in modo particolare, che ha una particolare, indefinibile,  consistenza, una di quelle che  continuano a risuonare in bocca una volta articolate: Ubuntu. Pare sia d’uso comune tra le popolazioni Zulu di stanza nell’Africa meridionale. Pressapoco vuol dire: Io sono perché noi siamo.
A mio parere lo spirito di questo Festival. Pressapoco.

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