Rap…sodie migranti ma soprattutto parole d’amore

Poesia in Porta Venezia con Viorel Boldis

Solo qualche settimana fa non avrei mai pensato di dedicare un intero pomeriggio alla poesia. Lascio la Mediateca Santa Teresa e Lalla Romano per rincorrere le parole, migranti e d’amore, del poeta Viorel Boldis. Anche questa volta mi sorprendo a scoprire un nuovo luogo a Milano, la Biblioteca Venezia. Si trova anch’essa nella mappa culturale del Festival ma soprattutto nella più ampia e discreta mappa culturale della mia città.
Il vento soffia, ancora e forte. Guardando verso il cielo non capisco se sta spazzando via le nuvole o se le sta chiamando a raccolta sopra la città. Pronte a dichiararci pioggia battente. Poco importa ora, col vento di sottofondo entro nella Biblioteca Venezia in compagnia di Viorel Boldis, poeta di nascita romena dal 1995 in Italia. Poeta migrante, mi raccontano le storie su di lui. La domanda è a fior di bocca e gliela faccio senza attendere l’inizio del reading. “Cosa significa poeta migrante?”. Mi sorride e propone di allargare la discussione a fine lettura. Poesia migrante, letteratura migrante… Le etichette mi confondono sempre, ma attendo.
Il pubblico è contenuto e silenzioso.
Viorel si siede di fronte a noi. Sul tavolo davanti a sé ha uno spesso mucchio di fogli non rilegati. Quando comincia, dopo una breve introduzione, solleva tra le mani il primo foglio; lo sbircia, attende qualche secondo, respira e ne recita le parole stampate. Poi lo volta e lo mette di lato. Continua così, col secondo, col terzo… A volte si ferma per qualche istante, altre prosegue senza sosta e senza prendere il respiro. E man mano che Viorel Boldis legge e interpreta, io smetto di pensare e ascolto.
Respira, recita e mette di lato pagina dopo pagina. Un numero infinito di pagine giace ordinato sul suo tavolo. Assieme a loro, una moltitudine di suggestioni si muovono tra il pubblico. Intanto i miei pensieri, solitamente rumorosi e disordinati, rimangono stranamente silenziosi e fermi.
Quando con slancio teatrale, gira anche l’ultimo foglio e alza gli occhi verso di noi, pubblico, abbiamo bisogno di qualche secondo prima di lasciarci andare ad un applauso di ringraziamento.
Arriva il momento per condividere pensieri e commenti, chiediamo di rileggere alcuni passi e ci facciamo domande. La mia, sulla poesia migrante, è anticipata da qualcun altro. Anzi, la sua è un’affermazione: “Lei non è poeta migrante. Lei è poeta. Basta”. Ci sono sorrisi mormorii e risposte. Si, l’etichetta di poeta migrante è stretta per Viorel Boldis. Come lo sono le etichette tutte che ci costringono in spazi piccoli e scomodi. O che magari, talvolta, ci rassicurano e ci contengono per evitare di volteggiare rischiosamente nell’infinito! “Ho scritto della migrazione in versi, perché l’ho vissuta. Sarà per questo che mi definiscono così”. Ma Viorel parla anche d’amore. E parla di solitudine, del tempo che passa, del rapporto col tempo moderno, con le banche e con Dio.
Si può essere poeta anche senza scrivere. Si può essere poeta nel modo di pensare, di parlare, di guardare, di agire. Dirò qualcosa di banale, ma forse siamo tutti un po’ poeti. Ma fatichiamo a dare spazio e voce alla poesia per non mettere a rischio la nostra credibilità di persone moderne”.
Intanto, fuori, il vento ha smesso di far chiasso. E non ha nemmeno piovuto, infine.

Cristina Raho

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