Donne

Pauline Aweto Eze racconta il suo saggio.

Con Pauline Aweto Eze, autrice del libro dal durissimo titolo Lo stupro come arma di guerra in Africa”, ci incontriamo qualche ora prima della presentazione. Pauline è una splendida donna nigeriana che parla un Italiano perfetto. Non mi sorprende: si trasferì a Roma per studiare agli inizi degli anni 90, grazie ad una borsa di studio Vaticana. Da allora non ha più smesso di amare il nostro Paese, nonostante ora viva a Londra coi suoi due figli adolescenti.

Dopo esserci riconosciute in Piazza XXIV Maggio, le propongo una sosta a Les Trottoir. Per dare un’occhiata al reading che si sta svolgendo nel locale e farle assaporare il senso di questo Festival. Ci incamminiamo poi verso il Centro Asteria, sperando come sempre che non piova. In questi giorni un po’ sospesi.

Non fatichiamo ad entrare in argomento, arriviamo al Centro nel pieno della discussione. Quando si parla di Africa e di violenza di genere è difficilissimo non cadere in stereotipi e banalità. Pauline, attraverso il suo libro accademico, definisce il suo punto di entrata: la pratica dello stupro. Una parola sgradevole al pari del suo significato. Il suo obiettivo è sottolineare il risvolto culturale che sta alla base di questo agghiacciante atto.

La discussione non è semplice. Il pubblico sta arrivando, la maggior parte sono donne. Peccato, in certe occasioni personalmente credo sia fondamentale avere anche uomini che ascoltino e intervengano. Trovandoci di fronte ad un piccolo pubblico, la presentazione si trasforma naturalmente in un dialogo con l’autrice. Pauline racconta l’origine di questo libro: un atto dovuto a seguito degli eventi della Guinea Bissau (2009), quando nel corso di una manifestazione politica, oltre 100 donne furono brutalmente violentate. Pubblicamente. Presso lo stadio nazionale. Questo episodio, il suo essere fatto “pubblico”, diede a Pauline lo stimolo per iniziare la sua ricerca, l’utilizzo cioè della violenza sulle donne come arma di guerra, secondo l’autrice in Africa più atrocemente che in altri continenti.

Man mano che Pauline racconta il suo breve saggio, gli interventi del pubblico si moltiplicano. In particolare quando si scovano analogie col vissuto nostrano. La violenza domestica, la fatica di riconoscersi vittima, la donna come oggetto e proprietà: tutto questo, commentano diverse donne tra il pubblico, non è purtroppo nuovo e nemmeno esclusiva della Nigeria o di altri paesi Africani.

La differenza sta soprattutto nella vastità del fenomeno e nel grado di consapevolezza delle donne, aggiungerei. È difficile, mi preme sottolineare nuovamente, discutere di questioni così complesse in tempi così ridotti senza rischiare di tracciarne solo dei vaghi contorni.

Altrettanto però credo sia fondamentale che se ne discuta, anche in occasioni quali il Festival della Letteratura di Milano. E in questo senso le reazioni del pubblico presente in Centro Asteria sono convincenti: l’argomento nella sua complessità e trasversalità sortisce profondo interesse. Come profondo è il desiderio di confronto che ho visto nascere e svilupparsi dall’incontro tra Pauline e le donne intervenute venerdì sera alla presentazione del libro.

Pertanto, che non si smetta di parlarne.

Cristina Raho

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