“Pasolini ultimo traguardo”: la ricerca del senso religioso nella produzione del “Corsaro” della letteratura italiana

Alle 17.30, alla sede dell’Unione Femminile Nazionale (nella quale tra l’altro è in corso una interessante mostra che ne illustra la storia dalle prime iniziative di alfabetizzazione fino alla realizzazione piena della cittadinanza femminile), si è tenuta la presentazione di un libro intitolato Pasolini ultimo traguardo.La storia del testo è affascinante: Pietro Lazagna e Carla Sanguineti, gli autori, alla fine degli anni ’60 scrissero una monografia su quello che non era ancora diventato il celebre “Corsaro” della nostra letteratura. Pasolini di fronte al problema religioso, questo il titolo dello studio, venne pubblicato dalle Edizioni Dehoniane di Bologna nel 1970 e offriva una approfondita analisi della produzione pasoliniana nell’ambito del rapporto tra cristianesimo, problemi sociali e scientifici. Questo prezioso libro è “resuscitato dopo anni”, come scrive Giuseppe Mariuz nell’introduzione alla nuova edizione, ristampata nel 2011 con il titolo Pasolini ultimo traguardo. A presentare gli autori ci ha pensato la studentessa Marta Mazzacano che ha brillantemente introdotto il discorso sul libro con una panoramica sulla personalità e la produzione di Pasolini. Dall’infanzia itinerante agli anni a Casarsa (1943-1949), drammatici e decisivi perché segnati dal sacro rapporto con la madre, dalla perdita del fratello, dalla scoperta dell’omosessualità e dalla stesura delle splendide poesie in dialetto friulano, proseguendo ancora con la denuncia del 1949 e la fuga a Roma che segna la scoperta del vitale mondo delle borgate, dei “ragazzi di vita”, del dialetto romano e l’inizio del sodalizio affettivo e intellettuale con Elsa Morante, Alberto Moravia, Dacia Maraini. E poi l’arrivo degli anni ’60, il periodo della consapevolezza, della “mutazione antropologica”, della “scomparsa delle lucciole”, preludio di quella triste omologazione degli anni ’70 e della sua morte, nel 1975. La presentazione ha ricordato a tutti come parlare di Pasolini probabilmente sia possibile solo scegliendo una prospettiva precisa alla luce della quale – di volta in volta – leggere le multiformi manifestazioni della sua psicologia e del suo genio.

Carla Sanguineti ci ha raccontato la storia de La ricotta, quarto episodio del film RoGoPaG, scritta e diretta da Pasolini nel 1962, presentata nel 1963 e subito dopo sequestrata con l’accusa di “vilipendio alla religione di Stato”. A seguire vi fu il noto processo in cui il Procuratore della Repubblica Di Gennaro presentò l’opera come “il cavallo di Troia della rivoluzione proletaria nella città di Dio”, riuscendo a far condannare il regista.

La ricotta è una delle espressioni più manifeste di una ossessiva, estenuante pasoliniana ricerca di Dio, iniziata già negli anni delle poesie in dialetto friulano, espressione di quel luogo “sacro” che era Casarsa, terra che ha le sembianze della madre e nel cui sottoproletariato contadino si può già trovare traccia della rivelazione che in seguito Pasolini avrebbe riconosciuto anche nei bassifondi della Città Eterna. Questa ricerca di Dio e del sacro ne La ricotta, però, rivela già i sintomi di una crisi: il mondo nel quale aveva trovato le risposte di senso si andava progressivamente snaturando e perdeva il suo primigenio significato. Ma i significati del film sono lontani dall’esaurirsi qui: in esso Pasolini si mette a nudo, sdoppiandosi attraverso una duplice rappresentazione di sé come parte del mondo proletario di Stracci, personaggio che è figura Christi, e come regista e intellettuale intento a girare un film sulla Passione (magistralmente impersonato da Orson Welles).

Il discorso sul sacro viene rivelato già dalle parole di Pasolini poste ad epigrafe dell’opera:

Non è difficile predire a questo mio racconto una critica dettata dalla pura malafede. Coloro che si sentiranno colpiti infatti cercheranno di far credere che l’oggetto della mia polemica sono la storia e quei testi di cui essi ipocritamente si ritengono i difensori. Niente affatto: a scanso di equivoci di ogni genere, voglio dichiarare che la storia della Passione è la più grande che io conosca, e che i testi che la raccontano sono i più sublimi che siano mai stati scritti.

Le immagini e la sceneggiatura sono, tuttavia, interamente percorse da una tendenza alla desacralizzazione dei simboli: sullo sfondo di un’ultima cena le comparse ballano un volgare twist, i personaggi gridano sguaiatamente “La corona!”, la Maddalena fa uno spogliarello, il finale recita: “Povero Stracci, crepare è stato il suo modo di fare la rivoluzione”.La ricchezza del film sta anche in quel sottotesto così esibito che rimanda alle opere di Rosso e Pontormo, manieristi disperati che usavano le forme di Michelangelo e Raffaello svuotandole di senso, di cui Pasolini tanto amava la “disperata vitalità” di longhiana memoria. Quella stessa disperata vitalità, probabilmente, la riconosceva in se stesso.

Pietro Lazagna ha, infine, ha fatto riferimento al contesto sociale del ventennio 1950-1970. Dal XX Congresso del Partito Comunista e dalla rivolta in Ungheria dello stesso anno, fino al Concilio Vaticano II, ha raccontato la crisi della sinistra e del mondo cattolico che, colpo dopo colpo, cedevano sotto la spinta di nuove speranze e nuove disperazioni (l’ateismo, le rivendicazioni del mondo operaio, del movimento femminile e dei popoli post-coloniali..)

È in questa cornice che l’opera di Pasolini va inserita,studiata, compresa anche come luogo del difficile incontro umano di cattolicesimo e comunismo, o meglio di una rilettura del cattolicesimo tesa a dargli nuovi signficati; una rilettura politia, sociale, antropologica, più che mai culturale. La presentazione si è conclusa con la visione de La ricotta e nelle immagini abbiamo colto particolari, sfumature, significati che la discussione ci aveva suggerito e regalato.

Claudia Consoli

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