La Siria di Hamadi e “la Bassa” di Roversi: una cronaca di giovedì 6 giugno

La mia seconda giornata di Festival della letteratura di Milano è cominciata con la presentazione del libro La felicità araba di Shady Hamadi, edito da ADD editore, al Negozio Civico ChiAmaMilano. Il volume è stato pubblicato con il patrocinio di Amnesty International Italia e reca una prefazione di Dario Fo e un’introduzione di Riccardo Noury, portavoce di Amnesty Italia. Nato a Milano da madre italiana e padre siriano, lo scrittore e suo padre sono stati esiliati politici dalla Siria fino al 1997. Con lo scoppio della rivolta contro il regime di Bashar al-Assad, nel marzo 2011, Shady è diventato attivista per i diritti umani e oggi rappresenta un importante punto di riferimento per la causa siriana nel nostro paese. Scrittore e giornalista, collabora con il «Fatto quotidiano» sul quale tiene un blog. Quando ho letto l’evento sul programma non ho avuto dubbi sul fatto che si trattasse di un incontro straordinario e sapevo che ascoltare la sua testimonianza avrebbe molto scosso le nostre coscienze.

La felicità araba ha un sottotitolo che non lascia molti dubbi sul tema del libro: Storia della mia famiglia e della rivoluzione siriana. L’autore racconta i decenni di dolorosa dittatura che la sua famiglia e il popolo siriano hanno vissuto e stanno vivendo, dalla storia del nonno e del padre, membro del Movimento nazionalista arabo, già incarcerato e picchiato nel 1968, fino alla cronaca di questi ultimi giorni. Le vicende della famiglia Hamadi si incrociano e si intrecciano con quelle di tanti uomini e donne che da anni lottano in Siria per far valere i propri diritti e per sconfiggere un sistema repressivo che rischia di portare a termine un vero genocidio. Storie di coraggio, sconfitta e orgoglio che ci hanno colpito come pugni in faccia e ci hanno portato a domandarci come sia possibile restare fermi a guardare mentre un popolo viene annullato, giorno dopo giorno. Hamadi ha ricostruito le diverse fasi della rivoluzione siriana. Dal 2005, anno del “Manifesto dei 99” intellettuali siriani che si recarono da Assad per chiedere il rispetto dei diritti umani e la tutela della libertà dei cittadini (finendo poi imprigionati), al 2011, quello dei drammatici eventi di Dar’a, con l’arresto e la tortura di dieci bambini. La svolta autoritaria del regime ha imposto cambiamenti nelle strategie di lotta e opposizione. Decine di migliaia di siriani negli anni sono scesi in strada a manifestare facendosi massacrare. Gli eventi di Hula, nel distretto di Homs, nel 2012 possono essere considerati il momento di passaggio dal pacifismo alla lotta armata. Il regime di Assad  ha interesse nel descrivere la rivolta come una forma di opposizione basata sul complotto e sul sostegno degli stati occidentali, intesa a distruggere l’unità religiosa del paese. Si tratta di un potere appoggiato da molti “grandi amici”: la Russia, l’Iran e la milizia libanese di Hezbollah in primis. Per tutti questi motivi, ha ribadito Hamadi, è necessario un richiamo alla giustizia e alle istituzioni internazionali che non sembrano intenzionate a prendere posizione, nonostante sia ormai certo che in Siria sono state usate armi chimiche non convenzionali. I ribelli non possono abbattere da soli un sistema costruito sull’indottrinamento scolastico, sul culto del presidente, una “società della paura” in cui ci sono quattordici servizi segreti e un apparato repressivo di controllo basato su centinaia di informatori. Raccontando la storia di suo padre, Shady si è soffermato sulla tortura come arma drammaticamente affascinante che reifica l’uomo marchiandolo con lo stemma dell’umiliazione. Si sono affrontate anche le questioni del coinvolgimento dei militari e dell’esercito, il ruolo delle donne nella rivolta, le relazioni con gli altri paesi arabi. Se l’opinione pubblica internazionale non prenderà posizione e non intavolerà una trattativa con la Russia e l’Iran, se l’Unione Europea continuerà a manifestare indecisione e mancanza di unità, la Siria si trasformerà in un buco nero. Anche laddove il regime dovesse cadere, la transizione non sarà facile perchè i siriani dovranno imparare prima di tutto a superare le divisioni e la totale desertificazione politica in atto.Come si legge nella quarta, La felicità araba è “un manifesto per il popolo siriano che sta vivendo la sua Primavera nelle piazze e nella rete”. E ancora una volta, non possiamo che ringraziare chi come Shady Hamadi fa del suo dolore e delle proprie storie un dono per gli altri, un simbolo di lotta e civiltà.Visto che parlare non basta, lo scrittore e gli attivisti di Amnesty ci hanno invitato a firmare gli appelli per deferire la situazione della Siria alla Corte penale internazionale. Trovate tutte le informazioni sul sito di Amnesty International.

Ho già detto che la bellezza del Festival sta nella sua varietà. L’evento che ho seguito dopo è stato, infatti, di segno diverso e mi ha davvero divertita. Alla Santeria è stato presentato il romanzo L’ira funesta di Paolo Roversi, edito da Rizzoli quest’anno. Il giornalista e scrittore, che non ha bisogno di molte presentazioni, ha parlato del libro insieme a Jacopo Cirillo di Finzioni. Tra una birra e una risata, Roversi ci ha raccontato come è nato il libro, con quella sua storia curiosa che è venuta a cercarlo. Ambientato nel cuore della provincia mantovana di guareschiana memoria, L’ira funesta si incarna innanzitutto nel suo protagonista, “un colosso di centotrenta chili con il carattere dell’attaccabrighe di professione”. Il Gaggina è il matto del paese che un giorno non può prendere le sue medicine e impazzisce tenendo tutti con il fiato sospeso e barricandosi in casa con l’anziana nonna mentre l’abitazione viene letteralmente circondata da carabinieri e teste di cuoio che bombardano la casa con lacrimogeni al peperoncino. Ma c’è di più:  si crede un samurai e minaccia chiunque si avvicini con la sua katana. Situazione kafkiana, come ha suggerito Cirillo, che sorprende e diverte il lettore deliziato dal paradosso della vicenda: come ha fatto un matto della Bassa a procurarsi una spada del genere? E chi è il maresciallo Valdes a cui si accenna in copertina? Cosa nasconde nel suo passato?

Nel microcosmo della provincia e alla Piccola Russia, la polisportiva del paese in cui i personaggi si incontrano e i destini si scambiano, Roversi ambienta un giallo singolare, in cui scoprire chi è l’assassino – si, ovviamente ci scappa il morto – è secondario rispetto al godersi la vicenda dell’ira funesta del Gaggina e della nonna che prepara le lasagne agli ostaggi. Il piccolo mondo del paese non è solo quinta dello spettacolo: è uno “stato mentale”, e l’ironia è la brillante cifra stilistica attraverso la quale questo stato si esprime.Cirillo ci ha trasmesso a pieno il divertimento che ha provato da lettore, le curiosità che il libro suscita. Conoscete, per esempio, il fenomeno degli “indiani padani”? Non ve lo svelo.. leggete il libro e lo scoprirete. Ma abbiamo parlato anche di generi letterari e Roversi, fondatore e direttore NebbiaGialla Suzzara Noir Festival e del Milano in bionda e direttore della web press MilanoNera, ci ha spiegato la differenza del noir rispetto al giallo. Non so voi, ma io ho trovato deliziosa la definizione del noir come “la storia di cappuccetto rosso raccontata dal lupo”.

Vi ricordo che il Festival ospita diversi eventi dedicati al giallo e al noir e gli appassionati non potranno assolutamente perdere Milano in bionda, sabato 8 alle 21.00 alla Libreria del Corso (Corso San Gottardo 35). Troverete Roversi e altri 19 scrittori di gialli e noir che si racconteranno nel tempo di una birra.

Claudia Consoli

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