Lettura scenica ispirata a Pessoa

Siedi nel piccolo cortile di un palazzo dalle pareti un po’ consumate, floride piante a decorare i balconcini in ferro battuto mentre gialle lanterne stordiscono la notte d’estate. Pizzicano le corde di una chitarra, note iberiche scivolano in delicate spirali danzando verso gli artisti.
Nella suggestiva penombra, lo scrittore Antonio Tabucchi (Antonio Paiola) omaggia un grande autore del ventesimo secolo, colui che mirabilmente ha dato forma all’umana interiorità, sempiterno feto che pulsa, spinge e scalcia al confine tra realtà ed immaginazione. Il poeta portoghese Fernando Pessoa (Aldo Stella) vive molte peripezie dentro di sé, ed è questa continua tempesta a muoverne lo sguardo.
Immagina quindi Pessoa, ma soprattutto guarda, con gli occhi puri di un bambino, tutte le cose del mondo, perché niente è in grado di stupirlo e meravigliarlo più che la bellezza scoperta con innocenza. Recitando un passo del “Guardiano di greggi”, Pessoa racconta del suo incontro con Gesù Bambino, che fattosi eternamente umano lo accompagna alla scoperta del mondo: “A me ha insegnato tutto. Mi ha insegnato a guardare le cose. Mi addita tutte le cose che ci sono nei fiori. Mi mostra come sono belli i sassi quando li teniamo in mano e li guardiamo lentamente”.  Il poeta si appropria di ogni più piccolo suono ed ogni più piccola immagine, ne raccoglie le sensazioni, e gode di esse in una vitale corsa alla scoperta del tutto, poiché tutto vale la pena di essere scoperto.
Intervengono poi le parole di Tabucchi a sottolineare l’importanza del ruolo del poeta: “nella solitudine della mia stanza, apro le botole dell’anima, guardo nel buio dei sotterranei, ci sono topi, ruscelli di diamante, bellezze, miasmi e rancori: lo faccio per me, lo faccio per voi, perché ci vuole qualcuno che guardi, e questi sono i poeti, che cercano le stelle in fondo ai pozzi”. Egli dunque, è un occhio che vede, osserva, e grazie a tale vista accurata cura così anche le miopie ed i presbitismi delle altrui pupille, troppo spesso annebbiate ed offuscate.
E’ quindi un dono, l’introspezione, che tuttavia inevitabilmente si accompagna all’immersione in mondi irreali, paralleli, causando la trascuratezza di passioni e vicende più concrete. A ciò consegue talvolta un momentaneo smarrimento del poeta, superato tuttavia brillantemente dal riconoscimento della rarità e preziosità della propria dimensione interiore.
E’ quasi giunta l’ora di abbandonare questo angolo di Lisbona nascosto a Milano, quando dall’attenta platea si leva un riso sereno alle parole di congedo degli autori: “trovate un uomo cui basti la vita, costui non farà mai letteratura”.

Elena Pomè

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