Sotto il cielo di Lampedusa

Continua il viaggio di Milano per le molteplici vie della letteratura: tra i tanti eventi previsti per il secondo giorno del festival, la Libreria popolare di via Tadino ospita la presentazione dell’opera Sotto il cielo di Lampedusa, un’antologia poetica che raccoglie ottantatre componimenti scritti da sessantanove poeti il cui tema, come emerge dal sottotitolo dell’opera, è raccontare le storie, immaginare i destini di tutti gli “annegati da respingimento” che così frequentemente popolano il nostro mare e i nostri telegiornali.

Alcuni degli autori dalle ore 19 in poi hanno condiviso i propri versi e pensieri per dar vita a una riflessione comune e non convenzionale su quello che è uno dei temi caldi della nostra contemporaneità: l’immigrazione verso le coste italiane.

Come recita la prefazione scritta da Erri de Luca, Lampedusa è miracolo in mezzo al viaggio e in questo incontro stimolante Milano rifiata con il lungo respiro del Mediterraneo, l’attenzione, lo sguardo si sposta sotto un altro cielo, un po’ più distante, appena a sud del cuore: il cielo di Lampedusa, il suo mare e tutti i suoi naufraghi.

L’antologia poetica nasce come reazione a quanto successo il 3 ottobre 2013, giorno ormai tristemente noto, nasce per rompere il silenzio di fronte a quel mare pieno di corpi.

La riflessione si sposta poi sul viaggio, sulla disperata odissea dei migranti, un viaggio che si discosta dalla sua accezione omerica, dal viaggio verticale di Ulisse, per farsi più concreto, diviene una fuga per non rinunciare alla speranza. Una delle poesie riporta questo verso il nostro paese è morto da tanto tempo, ma noi siamo ancora vivi: ecco perché allora partire, affrontare una discesa negli inferi della disumanità, dove la crudeltà è gratuita e regna sovrana. Anche le parole di un giovane ragazzo eritreo, giunto in Italia nel 2007, intervenuto non come autore ma come testimone, chiariscono come solo affrontando questo disperato rischio, questo viaggio incerto e così esposto al fallimento, sta il confine tra il vivere e il non vivere. La non-vita(in patria), il rischio-la morte (il viaggio) e la speranza di una nuova vita (l’arrivo): questi i poli tra cui si dibatte l’odierna odissea dei migranti, questi i poli a cui si aggrappa la loro speranza, non ancora battuta dal dolore, dalla paura, dalla rinuncia.

La testimonianza del ragazzo eritreo continua e mette un luce un elemento interessante, troppo spesso taciuto e volutamente dimenticato, ovvero come all’origine di questi ingenti fenomeni migratori che periodicamente travolgono le coste italiane ci siano ragioni e responsabilità che nessuno sembra disposto ad ammettere. Tali ragioni riguardano la situazione dei paesi da cui partono i flussi migratori, ragioni che si spiegano nel passato coloniale di queste terre (nel caso dell’Eritrea l’Italia è coinvolta direttamente) e nel disordine causato dalla fine della dominazione coloniale che spesso ha dato vita a dittature o a guerre civili o di confine che minacciano le vite dei loro abitanti. Imprescindibile, dunque, fare i conti con la Storia.

L’incontro prosegue con la lettura di altri componimenti tratti dall’antologia, che hanno suscitato il pensiero di come Lampedusa sia di tutti, di chiunque abbia un cuore per capire, per sentire: ogni respiro, ogni vita vale e la battaglia per difenderla appartiene e chiama tutti. La parola poetica illumina così quest’urgenza, che ora è imprescindibile accogliere.

In sala viene poi proiettato il video-documentario Il mare è pieno di corpi, che può essere anche interpretato come una presa di distanza dai media tradizionali, dal loro modo di raccontare e informare spesso retorico e parziale. È un video dal linguaggio universale, che veicola una tragedia che vuole dirsi e svelarsi a tutti: in virtù di tale esigenza di universalità si spiega il suo linguaggio volutamente semplice ed essenziale.

Da questo video nasce anche un’altra riflessione personale: come la poesia de Sotto il cielo di Lampedusa possa e debba scendere tra la gente, farsi storia vissuta per le strade, che faccia nascere il desiderio che i destini spezzati di questi poveri naufraghi siano tra noi, vivi, non più solo vuote memorie di telegiornale e che possa rendere il loro sogno di una vita migliore, un sogno di tutti.

Le sensazioni, le reazioni in sala sono state diverse, come diverso è l’animo di ognuno, ma tutte ascrivibili al silenzio, allo sgomento che ha accompagnato le crude parole delle poesie lette. Nulla, in fondo, sconvolge di più della verità. Queste parole sincere si sono fatte viaggio e oggi su Milano scintillava anche il mare, il cielo di Lampedusa.

L’ultima mia riflessione nata da questo intenso incontro si snoda su un verso famoso di Quasimodo: E come potevamo noi cantare, verso in cui si concentra tutto il dolore per l’Italia distrutta dall’occupazione nazi-fascista. Questo verso ricorda come il dolore ammutolisca, colpisca forte e poi taccia e faccia tacere, ma come basti anche solo un lieve soffio di vento per risvegliare il pensiero e di come accada che quel forte dolore si faccia parola: poesia è vita vissuta, è afferrare una storia dall’oblio del tempo e della nostra memoria. E così parlare di ciò che accade sotto il tessuto del silenzio, sotto il cielo di Lampedusa.

Il dolore, il tempo illogico del dolore, di capire è di chi rimane e la parola poetica sa indagare insondabili profondità celate a ogni altro limite: è da sempre questo l’eterno gioco dell’arte poetica, più che mai in quest’opera distante da estro creativo e formale per farsi segreto sussulto del cuore.

Esistiamo ed esitiamo tutta una vita nell’ansia di dirci e di raccontarci, di dare un nome al dolore, a ciò che siamo: siamo parole poetiche scoperte da qualcuno forse per caso e Sotto il cielo di Lampedusa compila elenchi di parole segrete, di parole che mancano al cuore per dire questo assurdo dolore di altre vite rubate dal mare.

Sotto il cielo di Lampedusa, giovedì 5 giugno, ore 19, Libreria popolare, via Tadino 18.

Sabrina

 

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